Un articolo di Maurizio Caprino
L’altro giorno, nella foga di scrivere subito un commento sulla direttiva ministeriale sui controlli di velocità mentre ero ancora alle prese col trasloco del mio ufficio (un esodo biblico, date le dimensioni del mio archivio), mi è sfuggita un’altra bufala importante presa dai miei colleghi: non è affatto vero che il coordinamento delle attività sia passato alla Polizia stradale.
O, meglio, la Stradale continua a essere una sorta di “prima inter pares”, perché è lo stesso articolo 12 del Codice della strada che ne riconosce la specializzazione, tanto che il ministero dell’Interno espleta il potere di coordinamento delle attività delle forze dell’ordine sulla circolazione stradale (potere conferitogli dall’articolo 11 del Codice) attraverso circolari che di fatto sono scritte dagli esperti della Stradale e il Comitato nazionale della viabilità (che gestisce tutte le situazioni critiche per il traffico ed è presieduto dal direttore della Stradale), oltreché attraverso l’azione locale dei prefetti (che non a caso sono citati anche dalla direttiva ministeriale dell’altro giorno).
Solo che la direttiva, come ben spiega l’amico vigile Giovanni Fontana nel commento che vi riporto di seguito, si limita a ribadire che la gestione delle apparecchiature di controllo mentre funzionano deve essere effettuata dagli organi di polizia stradale, ossia – semplificando – da tutti quei corpi di polizia nazionali e locali che possono fare multe. Sì, perché la locuzione “polizia stradale” (con la “p” minuscola) è un’attività, che può essere svolta da tutte le forze dell’ordine, alcune con limiti, secondo quanto stabilisce l’articolo 12 del Codice. Il comunicato ministeriale che annunciava la direttiva non si perdeva a spiegare queste cose per principianti e i giornalisti (che sulla materia principianti sono, almeno in larga parte, esattamente come lo sono io su tutto il resto dello scibile umano) hanno abboccato. Complimenti!
Ecco perché poi gli addetti ai lavori scrivono commenti come quello di Mariachiara nel post precedente o come questo di Giovanni Fontana sul sensazionalismo fuori luogo che ci contraddistingue, Un sensazionalismo che, contrariamente a quel che si può pensare, indica non solo la ricerca dell’audience e della copia venduta in più, ma anche ignoranza.
Ora capisco perché 15 anni fa, quando frequentavo la scuola di giornalismo, qualcuno mi diceva che il nostro compito è spiegare ciò che noi stessi non abbiamo capito. All’epoca era più una battuta. Oggi, col mondo che diventa sempre più complesso e le redazioni sempre più in balia di tagli, economie e pressioni varie, è una realtà quotidiana.
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